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Ma dove vai scrittore in BICICLETTA

TORNA ALLA LUCE IL LIBRO DI ORIANI CHE NEL 1902 INAUGURÒ L´INTERESSE LETTERARIO PER LE DUE RUOTE: AVREBBE AVUTO MOLTI PROSELITI

L´UOMO che nell´agosto del 1897 saliva in bicicletta da Forlì al passo dei Mandrioli, i calzoni tirati su a mezza coscia, la valigia fissata al telaio, era Alfredo Oriani. Lo scrittore aveva 45 anni; il mezzo da lui scelto per il primo – e unico – viaggio della sua vita non ne aveva ancora dieci: perché soltanto nel 1889 un francese di genio aveva pensato a coprire le ruote con i pneumatici. Di corse ciclistiche non si parlava quasi, in Italia; c´erano state due sole edizioni della Milano-Torino, nel 1894 e 1896, i giornali le ignoravano. E il nobiluomo romagnolo, consigliere provinciale a Ravenna e comunale a Faenza, già autore di undici libri, spingeva sui pedali della sua Prinetti-Stucchi, rosso in volto sotto il solleone. Quella bicicletta, acquistata nel 1894, con i soldi che gli fruttava la vendita del suo sangiovese, sviluppava sette metri a pedalata: una moltiplica assassina, quando il cambio era di là da venire, come la ruota libera. E pesava 14 chili. Benché fosse un ciclista addestratissimo, dopo poche curve Oriani dovette scendere, e trascinare il veicolo a mano, fino al passo. Era solo la prima tappa del suo giro, che in 14 giorni lo avrebbe portato da Faenza al Casentino, con ascesa alla Verna; poi ad Arezzo, Siena, Pisa, Lucca, Pistoia, fino a risalire l´Appennino per la porrettana, scendere a Bologna, e rientrare nel suo paese, Càsola Valsenio. Quasi mille chilometri in due settimane, riposando di giorno nei prati e la notte in locande di dubbia pulizia, correndo varie avventure, con qualche incidente, sulle strade infami. Era così insolito, quel viaggio, che a Civitella Val di Chiana il ciclista si trovò circondato e seguito passo passo da tutta la popolazione, strabiliata: era la prima volta che vedevano un velocipede. Solo al valico della Porretta, entrando senza vergognarsi, così conciato, in un albergo, venne riconosciuto come «il signor Oriani» e festeggiato da una società di villeggianti: che egli si affrettò a lasciare il giorno dopo. Il racconto di quella impresa, scritto subito dopo il ritorno, completò il libro che Oriani stava preparando sulla bicicletta, uscito poi da Zanichelli nel 1902. Nonostante il ritardo nella pubblicazione, rimane il primo sul ciclismo apparso in Italia, e da allora fra i più importanti; anche se, fino a ieri, fra i più dimenticati. Lo scrittore, morto nel 1909, era stato annesso quindici anni dopo, arbitrariamente, dal fascismo, alla ricerca di precursori, meglio se nati vicino a Predappio. E anche La bicicletta era entrata nell´Opera omnia a cura di Mussolini, che avrebbe finito per segnare la condanna dell´autore. La Chiesa lo mise all´Indice, nel 1940, per le pagine sulla Verna, tanto devote a San Francesco quanto irridenti verso i francescani. Benedetto Croce, che gli aveva dedicato un bel saggio nel 1909, ridimensionò il giudizio nel 1935. Nel dopoguerra il suo nome divenne impronunciabile, la sua memoria rimossa. Oggi finalmente La bicicletta torna alla luce presso l´editore Longo di Ravenna, con una accurata prefazione di Ennio Dirani, che ci aiuta a capirne tutta l´originalità. Oriani, che credeva di essersi meritato la gloria con tanti romanzi e saggi, ha lasciato le sue pagine migliori proprio in quel lungo racconto «Sul pedale»: che fa di lui un capostipite. I suoi veri seguaci non sono elaboratori di pericolose dottrine politiche; ma intellettuali, scrittori, poeti, affascinati come lui dalle due ruote. Se si scorre l´albo della letteratura italiana nel Novecento si scopre che pochi autori hanno ignorato la bicicletta. Forse il solo Gadda si è autoescluso dalla setta dei «velocipedastri», come lui gaddianamente li chiamava. Gli altri ci sono tutti, o quasi. Edmond de Goncourt il 3 dicembre 1893 registrava preoccupato una voce raccolta dall´editore Plon, sulla «bicicletta che uccide la vendita dei libri». Non poteva sapere che in pochi anni quel veicolo avrebbe dato vita a una intera letteratura. E la Romagna di Oriani ne sarebbe stata la prima patria. «Il piacere della bicicletta è quello stesso della libertà», aveva scritto il suo libertario protocantore. Tanti altri, dopo di lui, sono andati alla ricerca dello stesso piacere. Erano passati appena quattro anni e già un altro scrittore, Olindo Guerrini, si muoveva per un viaggio anche più lungo, da Ravenna al Monte Rosa e ritorno, via Venezia. Per trarne, ovviamente, altri spunti letterari. Nel 1907 un terzo romagnolo, Alfredo Panzini, partiva pedalando da Milano per Bellaria, via Abetone, e costruiva su quel viaggio il più bello dei suoi romanzi, La lanterna di Diogene. Nel 1903 Giovanni Pascoli con il suo «dlin dlin» dei Canti di Castelvecchio aveva già fatto entrare la bicicletta nel regno della poesia. E un suo corregionale, Luigi Graziani di Bagnacavallo, nel 1900 aveva sfidato il maestro sul terreno della composizione latina, inviando al Certamen di Amsterdam un poemetto in esametri, Bicycula: arrivato appena dietro Pascoli in finale. Perché tanti poeti, intorno a questo tema? Perché la bicicletta crea immagine, chiede di pensare; perché segue i tempi della poesia. Gozzano ha bisogno della «bicicletta accesa d´un gran mazzo di rose» per mettere a confronto la gioventù e l´età che sfiorisce nelle Due strade. Caproni nel Seme del piangere fa rivivere sui pedali, per le vie di Livorno, la madre scomparsa. Montale si sente unito alla donna che va con lui sul tandem, poeta anche lei, Maria Luisa Spaziani: «Volo con te, resto con te; morire / vivere è un solo punto». Zanzotto, ciclista antico, rappresenta ironicamente uno scheletro in bicicletta, per suggerire una riflessione sull´esistenza: «Osseggia, pedalando, intrica tarsi e stinchi». Anche senza essere pedalatore in proprio, lo scrittore trova nello spettacolo del ciclismo quelle sollecitazioni che nessun altro sport gli può dare. Non è un caso se tante illustri firme si dividono fra la pagina sportiva e l´antologia: a partire da Orio Vergani, che fece delle cronache sul Giro un genere letterario. Sono stati suiveurs negli anni 30 Achille Campanile e Enrico Emanuelli; dopo la guerra, Anna Maria Ortese e Pratolini, Zavattini e Montanelli, Marcello Venturi e Mosca. Alfonso Gatto, impegnato in tre Giri d´Italia e un Tour, tentò addirittura di imparare a pedalare, sotto la guida di Fausto Coppi. Rovinò a terra, ma le sue cronache, che trasformano la tappa in poesia, restano memorabili. Nel ciclismo lo scrittore non vede la guerra fra squadre nemiche; vede l´uomo, in competizione con se stesso, non importa se alla fine il vincitore sarà un altro. Malgrado tante campane a morto su questo sport, mentre le strade si popolano sempre più di biciclette, risuonano vere le parole scritte da Dino Buzzati dopo il Giro del 1949, vinto da Coppi su Bartali con la grande impresa della Cuneo-Pinerolo: «Il Giro d´Italia in bicicletta è una delle ultime città della fantasia, un caposaldo del romanticismo. Guardateli mentre pedalano, pellegrini in cammino verso una città lontanissima che non raggiungeranno mai. Sono cavalieri erranti che partono per una guerra senza terre da conquistare». A distanza di 54 anni, quei cavalieri non sono scomparsi. Ce li troviamo accanto, ogni giorno, sulla strada.
Andrea Del Vanga

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